Oggi proprio non è giornata.
La notte apre un varco. Uno spiraglio dove rifugiarmi e togliere il piede. Lasciar andare il freno. Correre. Correre. Correre nei miei affanni a sentire sulla faccia il vento nuovo. Cercare un nuovo respiro. Un nuovo odore. Un nuovo timore.
L'incubo.
Arrivai accaldata a casa di Marzia. Ultimamente la frequentavo spesso, la compagnia era piacevole così come le cene cui spesso mi invitava.
Al cancello esitai un attimo davanti al citofono. D’un tratto avrei voluto voltarmi e tornare a casa. In fondo non mi andava di lasciarmi investire dall’inutile frenesia ormonale della donna che conoscevo ormai da oltre vent’anni e che si era, a suo dire, innamorata perdutamente. Per l'ennesima volta.
Ma ormai c’ero e suonai.
Secco il rumore dell’apertura automatica del cancello, seguita dal ritmo dei miei tacchi sul viottolo lastricato fino al portone d’ingresso. Una luce tenue proveniva dall’ampia porta finestra del piano terra, affacciata proprio su quel passaggio, dove i tendaggi pesanti lasciavano intravedere ben poco al suo interno. Nell’istante esatto in cui il mio sguardo passava oltre, qualcuno si accostò ai vetri. Era evidentemente l’inquilino del piano terra. Aveva pantaloni scuri, una camicia bianca sulla quale spiccava una cravatta nera. La luce fioca all’interno della casa ad illuminargli di sbieco il volto gli conferiva un'espressione inquietante, autoritaria e misteriosa.
Guardava proprio me. Intravidi il viso dai tratti decisi concentrato ed attento al mio indirizzo. Mi sentii esaminata, controllata e molto imbarazzata da quello sconosciuto che stava a pochi metri da me. Il mio sguardo fuggì divincolandosi letteralmente dal suo, mentre mi accingevo ad aprire il portone verde afferrando la tonda maniglia di ottone. L’androne in cui mi trovai era buio e restò tale, dato che la luce lungo le scale era guasta da tempo immemorabile.
Mi accorsi immediatamente dell’aprirsi della porta d’ingresso di quell’appartamento a piano terra, a pochi passi da me. Mi spaventai per il tonfo che fece aprendosi ed anche a causa del timore immotivato che quell’uomo potesse presentarsi dinanzi ad essa. La cosa mi infastidiva e ricordai di aver notato altre volte la sua presenza dietro quelle tende. Quando vidi che la porta invece di spalancarsi rimaneva socchiusa, mi sentii sollevata. Pensai a quel punto che probabilmente chi era al suo interno aspettasse qualcuno ed avesse aperto, lasciando accostata la porta, in un gesto confidenziale. Forse la persona doveva ancora arrivare e lui era impaziente. Tuttavia, nessuno a parte me aveva varcato la soglia di quel cancello alle mie spalle. E’ che l’incubo della notte prima faceva in modo che ogni cosa avesse su di me un effetto amplificato, isterico, eccessivo. Sudavo.
Quella porta socchiusa tuttavia mi incuriosiva. Nell’androne c’era un silenzio immobile, così come dietro quella porta semi aperta. Il tempo sembrava sospeso a mezz'aria.
Feci qualche passo e dall’ingresso dov’ero riuscii a scorgere una sezione dell’interno della casa. Un corridoio lungo oltre il quale doveva esserci un salotto. Intravedevo infatti, anche se solo in parte, quella che doveva essere una poltrona di pelle nera, lucida, pomposa. Scorsi un bracciolo sul quale poggiava una mano, ferma come fosse di pietra. Aveva aperto la porta per poi andare a sedersi lì? Mi parve un comportamento senza senso. Il mio sguardo catturato dalla curiosità, colse ogni particolare che da quella porta semi aperta potesse intravedersi. Mi avvicinai quasi senza rendermene conto, accostando il viso alla porta. Venni invasa da un odore caldo, dalla luce soffusa e morbida di quella casa e da un buon profumo. Probabilmente, nell’intento di riuscire ad assaporarne, socchiusi gli occhi e d’un tratto un rumore secco mi richiamò all’appello. Poteva essere un libro caduto a terra o una porta che sbatteva o chissà che altro. Nello stesso istante vidi quella mano che in una mossa veloce faceva presa sul bracciolo, evidentemente nel gesto repentino di alzarsi.
Restai per un attimo incapace di muovermi quindi, per il timore che potesse vedermi, di scatto mi voltai, la porta scricchiolò aprendosi lentamente mentre i miei tacchi batterono la fuga, su, lungo le scale fino ad entrare a casa di Marzia.
Dalla cucina dov’era alle prese con la cena, l’amica mi salutò allegra. Appoggiata alla porta d’ingresso che avevo appena chiuso alle mie spalle, temporeggiai qualche istante per riprendere fiato e per cercare di dimenticare quel senso di oppressione che dalla notte precedente mi aveva accompagnata costantemente. L'incubo aleggiava ancora nei miei occhi e mi stringeva alla gola.
Con il buio negli occhi,
pure quel giorno marinavo nell'attesa
ignara dell'imminente
Anche oggi attendo
l'affanno
il rifugio
dell'eccellenza
In questi giorni non fa altro che piovere.
Mi annoio.
E' da troppo tempo che non scendo fin laggiù, in fondo a me stessa, nel pieno di me, nel centro di quel piacere speciale temuto e necessario.
“Sei molto..... elegante stasera”.
“grazie, molto gentile”
“ti stai evidentemente annoiando”
“ma no, figurati, sono solo stanca”
“non è vero, non dire bugie”
“è stata una giornata pesante, fa caldo ed ho esagerato con lo champagne probabilmente”
“cos’è non hai appetito?”
“si, ora che ci penso, direi di si”
“abiti molto lontano da qui?”
“non molto, no, ma sono decisamente fuori dal centro storico e qui mi piace molto”
“sai, sembra che in questo quartiere non si stia più tanto tranquilli come un tempo.”
“come?”
“si, pare che qualcuno sia entrato in casa ed abbia rubato qualcosa”
“strano, si direbbe un quartiere tranquillo e signorile”
“già...”
“non so esattamente quando sia accaduto, ma manca qualcosa”
“...uhm...deve essere spiacevole”
“molto più che spiacevole sai?...sono molto irritato”
- a cosa pensi?
- penso ai tuoi occhi, stretti e scuri, irresistibile. E penso che sono indecisa: meglio una cura probabilmente fallimentare o una terapia equilibrata quanto irrinunciabile?
- cosa rende le opzioni due vie opposte?
- la dimensione che prenderebbe la realtà circostante
- penso che tu non sia indecisa.
- non credo ci sia una cura risolutiva quindi la seconda opzione è un'alternativa che evita l'approccio terapeutico per lasciare spazio all'oblio, insostituibile alleato, irresistibile tarlo.
- irresistibile? solo?
- necessario quanto irresistibile. O irresistibile quanto necessario.
- sempre con l'acqua alla gola, irrequieta come sei.
- è il livello di guardia della quotidianità ad essere sempre un pelo troppo alto per il mio tarlo.
- il tarlo, dici.
- si, il tarlo.
- smetti di pensare.
- porto in giro il mio istinto e cerco di assopirlo, ammansirlo. Farò una sauna.
- quel tarlo tanto non si fa ammaestrare, lo sai.
- dolce e amaro, ci sguazzo dentro ma vorrei non ci fosse. Mi domando perchè non ci sia altro modo per tollerare la realtà del quotidiano.
- invece il motivo lo sai.
- è solo che spesso mi sento in trappola, incapace di un equilibrio costante nella mia vita, senza l'esplorazione, il gusto e la passione. Contrappeso denso e irresistibile.
- tu hai sete, sempre
- no, non è una questione di sete
- no?
- no, basta sete. Ora avrei bisogno di qualcosa di dissetante.
- se solo ora non fossi solo il frutto della tua fantasia... aimè.
- com'è affascinante il potersi arrendere.
- irresistibile frutto della tua mente, dei suoi sogni, desideri, incubi.
Volevo scrivere una cosa stasera, in due righe.
Poi ho letto
qui ed era già scritto, con le parole giuste.
E' che mi raggiunge anche un ulteriore protrarsi di quella certezza nell'epilogo: una volta affacciati su orizzonti aperti a quella certezza, essa diviene un battito costante, come un cuore in più. Una vita in più. Un anestetico contro le claustrofobie.
Allora sogno.
Intanto.
Rincorro, nel buio, quel profumo, odore, sapore di cuoio